AGI - Il Premio Nobel per la Letteratura 2023 - per aver dato voce all’indicibile, inteso come non comunicabile - è un romanziere, poeta, drammaturgo e saggista norvegese che vive nella residenza di Grotten, nel Parco Reale di Oslo, per meriti letterari. Ancor oggi ispirato da un’esperienza mistica di premorte sperimentata da giovanissimo, pratica una scrittura fortemente allegorica, se pur in modo non tradizionale, contrassegnata da una prosa lenta tendente all’omnitemporalità che ha meritato la definizione di ‘Minimalismo di Jon Fosse’. Autore di teatro scandinavo più rappresentato al mondo dopo Ibsen, oltre 1000 volte, artefice di romanzi come ‘Settologia’ (3 volumi), ‘Melancholia’ , ‘Mattino e sera’ e ‘Il bagliore’ (tutti editi in Italia da La Nave di Teseo), Fosse emana di persona l’aura di una rockstar folgorata dal ritmo di Dio, magari mentre provava a suonare Neil Youg, il suo idolo giovanile quando faceva parte di una band. Lo abbiamo incontrato a Roma dove è stato ospite delle Anteprime del Festival Internazionale Letterature.
Come è arrivato all’idea di una scrittura assimilabile a un’esperienza religiosa, per chi la pratica e chi la fruisce?
Da ragazzo, all’inizio, non ero credente, non ancora, ma poi ho cambiato la mia visione e con essa è mutata anche la scrittura. Quando comincio a lavorare parto da zero, non mi documento, né mi preparo svolgendo ricerche, ma tento di trasformare quello che sto facendo in altro. Per me la scrittura è ascolto e affinché la trovi interessante deve rappresentare un’esperienza nuova ogni singola volta. E’ mio desiderio creare qualcosa che non c’era ancora.
Quindi da cosa scaturisce l’originalità del suo lavoro?
L’esperienza di cui parlavo genera proprio questa domanda: da dove viene la scrittura? Ho realizzato il primo romanzo a 20 anni, ora ne ho 65 e dunque pratico questo esercizio di creazione da moltissimo tempo, ma l’aspetto appassionante dello scrivere resta sempre l’atto in sé. Non è rileggere il lavoro, che conta, ma il percorso compiuto verso l’ignoto. D’un tratto avverto la sensazione che quello che sto scrivendo sia già pronto da qualche parte, fuori da me, e mi resti solo il compito di metterlo su pagina prima che scompaia. Per un ateo, qual ero, comprendere questo e provare a darsene spiegazione ha significato ammettere che esistono delle cose invisibili. E’ prendendo atto di questa realtà che ho iniziato a credere in qualcosa in cui non credevo: l’esistenza di Dio.
È stato un processo, allora.
Cha ha avuto inizio da un concetto primitivo: Dio è questo e ha determinate caratteristiche, pensavo. Ma poi ho capito che noi non sappiamo proprio niente di Dio, e se inizi a credere, se ricevi il dono della fede, ti rendi conto che da un certo punto di vista Dio è molto vicino a te ed al tempo stesso, da un ulteriore punto di vista, assolutamente altro da te. Rappresenta un paradosso, ma nella relazioni e nella scrittura io credo che paradosso e ossimoro siano le figure retoriche più importanti. E per me sono certamente quelle fondamentali nell’approccio alla fede cristiana. Dio è tre in uno, una cosa impossibile da spiegare. Dal punto di vista umano, una contraddizione; un po’ come la letteratura, in certa misura.
E che evoluzione finale ha avuto questo avvicinamento alla fede?
Per un periodo ho frequentato i quaccheri: niente sacramenti, nessun dogma formale. C’era un sala per la preghiera, arredata nel modo più semplice, e vi sedevamo in cerchio silenziosi, cercando la luce interiore. Quel che io chiamo Dio ed è in ognuno di noi, dice qualcosa ad ognuno di noi. Si tratta di forme estreme di misticismo e spiritualità appartenenti alla radice protestante, ma anche partendo da queste posizioni si finisce comunque per incontrare il mistero della fede. Un mistero che accomuna religione quacchera e cattolica, a cui mi sono poi convertito.
E cosa ha compreso, in definitiva?
Che al di là dei testi liturgici, che da moltissimo tempo continuiamo a ripetere, anche svuotandoli di significato, è possibile sentire un silenzio che parla, in realtà, suonando come un annuncio. Ho capito che se ci fosse dato di ascoltare le voce di Dio sarebbe silenzio.
Nei suoi romanzi si avvertono echi di ogni tipo: in che misura, per stile e temi, il suo lavoro tende a rappresentare la summa di tutta la letteratura, da Dante ad oggi?
La letteratura viene dalla letteratura. I romanzieri e i poeti, se hanno qualcosa da dare al mondo lo scrivono e talvolta riescono a rendere la realtà in modo nuovo. Ma tutto si rifà alla tradizione, e io non ho intenzione di rompere le tradizioni. Ciò che faccio viene come viene da solo: questo è quello che sento.
L'incontro con Jon Fosse del 25 marzo all’ Auditorium Parco della Musica – Sala Petrassi, ha aperto il ricco e diffuso programma delle Anteprime di Letterature Festival Internazionale di Roma, voluto dall’Assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio. Il 3 aprile alle ore 19, sempre in Auditorium Parco della Musica – Teatro Studio Borgna, sarà la volta di Javier Cercas. Tra gli ospiti attesi alle Anteprime anche Guillermo Arriaga, Daniela Dröscher, David Grossman e Erri De Luca. Letterature Festival Internazionale, promosso dall'Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, tornerà al Palatino per 6 serate, dall’8 al 16 luglio. Il titolo della 24ma edizione è Ritorni. Info su: www.culture.roma.it/festivaldelleletterature. Ingresso gratuito fino ad esaurimento posti.